mercoledì 29 aprile 2020

CITTADINI ADULTI, SUDDITI BAMBINI



Fin dal primo giorno di questa epidemia, mentre il governatore della mia regione, Stefano Bonaccini era indeciso se chiudere le scuole o no il 24 febbraio e rimandava dal venerdì al sabato, dalla mattina al pomeriggio, da un'ora all'altra, il suo annuncio in merito, avevo la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato nella comunicazione, che non faceva altro che alimentare confusione e panico. Questo stile poi si è ripresentato non solo in Regione, ma soprattutto a livello centrale nella gestione della comunicazione sull'epidemia e se, nella prima fase, era comprensibile per via dell’impreparazione, della confusione alimentata dall’incertezza, nelle settimane successive è diventato, prima per chi come me ha qualche strumento interpretativo e una certa sensibilità linguistica, poi anche per chi è meno attrezzato, davvero insopportabile.

C’è una discrepanza evidente fra tutti i messaggi paternalisticamente rassicuranti e la realtà concreta che è sotto gli occhi di tutti. La mia opinione non è mutata dall’inizio ed è che la verità sia riconducibile a una sola evidenza: non ci sono soldi e non si sa o non si riesce a reperirli. Non ci sono soldi per gestire l’epidemia nell’unico modo che abbiamo visto funzionare: Veneto, Germania e piccoli asiatici. Non ci sono soldi per far fronte a niente di quanto promesso e non c'è il coraggio di dirlo apertamente. Quindi, l’unica strategia adottabile per contenere il contagio è quella che lo stesso professor Galli definisce “strategia della disperazione” ovvero isolamento con una serie di restrizioni delle libertà fondamentali spesso schizofreniche e, soprattutto, pericolose perché misure che legittimano privazioni pesanti della libertà unite a paura per la sopravvivenza, crisi economica senza precedenti, scarsa solidarietà internazionale, riproposizione del vecchio schema patriarcale per cui la donna è relegata nella sfera della cura e il potere è prerogativa maschile, sono terreno fertile per una deriva autoritaria.

Da settimane sono irritata perché non mi sento trattata da cittadina adulta. Ho l’impressione che il Governo, in qualche caso anche la Regione, ci mentano nell'illusione di evitare di seminare il panico di fronte a quell’unica evidenza che mi pare chiara fin dall’inizio: non ci sono soldi e non si trovano soluzioni. Si schermano dietro i pareri degli scienziati, che, a buon diritto, loro, sì, possono essere contraddittori non solo perché così procede la scienza, fra tempi lunghi e confronti, ipotesi e smentite, ma anche perché siamo in presenza di un virus sconosciuto. Si schermano dietro i pareri dei comitati tecnici e non fanno che snocciolare dati senza alcun valore scientifico perché privi di raffronti statistici solidi e contestualizzazione. Mascherine sì, mascherine no, tamponi sì, tamponi no, test sierologici sì ma poi no, parenti sì amici no, in un delirio di esaltazione nazionalistica autoreferenziale costante fra “siamo il popolo migliore del mondo, gli altri ci hanno copiato o ci copieranno” e “gli altri fanno tutti peggio di noi e sono brutti e cattivi se non ci danno i soldi in Europa”, quando sappiamo benissimo che fra regioni, peggio la Lombardia dell’Emilia, ma meglio il Veneto dell’Emilia, e non è colpa dell’Europa se questa durissima partita, la combattiamo in partenza con una voragine di debito pubblico e disoccupazione, povertà e altri mali endemici.

Ora, è vero che buona parte degli italiani crede volentieri alle balle e questo è uno dei tratti distintivi della nostra immaturità civica e politica. E se il ballista di turno non ci soddisfa, siamo subito pronti ad affidarci a quello che viene dopo. Ma, ormai, c’è una tale discrepanza fra quanto viene comunicato e la realtà che non c’è bisogno di avere una particolare sensibilità linguistica o chissà quali strumenti culturali per capire che la strategia comunicativa adottata sembra ricavata pari pari dal cosiddetto decalogo di Chomsky. E io reputo tutto questo pericolosissimo. Ci sono voci ben più note o autorevoli di me che si sono levate da giorni per denunciare questi pericoli, ma, in coscienza, sento di non poter tacere e lo faccio attraverso il mezzo che mi riesce meglio, la parola scritta.

Non dire la verità, nell'immediato, evita il panico nel ricevente, ma, lo sappiamo tutti, dopo un po’, non fa che aumentarlo. Di fronte a una terribile minaccia, anche un adulto preferisce ascoltare un messaggio rassicurante da parte di qualcuno che gli promette che tutto andrà bene. Ma se poi la realtà delude quest’aspettativa e ci sono anzi segnali concreti che le cose non solo continuano ad andare male, ma forse peggiorano, il panico aumenta, perché, come accade al bambino, il pericolo comunque lo si intuisce. Una cruda verità è dura da digerire, ma permette a un adulto di immaginare, elaborare e mettere in atto strategie per cercare di risolvere il problema. Dico adulto, perché il bambino non ha gli strumenti per salvare sé stesso e gli altri di fronte a una catastrofe imminente.
Io penso che la discrepanza che c’è fra il messaggio rassicurante del Governo e la realtà, che è sempre più sotto gli occhi di tutti, non faccia che aumentare il panico, il disorientamento, la rabbia, piuttosto che sedarli.

Dopo l’ennesimo confuso delirio securitario propinatoci l'altra sera dall’esperto di bizantinismi, il termometro dell’insofferenza, della rabbia, segna una temperatura altissima. L'indignazione è alle stelle e sta prendendo una deriva pericolosa. Circolano messaggi, video, in rete ma anche sulle piattaforme di messaggistica, che esprimono questa rabbia, alcuni con contenuti gravissimi, che pur nella giustezza di ciò che denunciano e rivendicano, riportano minacce esplicite e puntano direttamente alla delegittimazione violenta dello Stato. Proprio così: le colpe non vengono attribuite a governanti o amministratori, ma direttamente allo “Stato” e io temo che non sia una svista superficiale dettata dall’atavica disaffezione nei confronti di ciò che è considerato “Stato”. Chi ha scritto questo testo, che mi sono ritrovata inoltrato sul telefono, ha usato la lettera maiuscola e sa quindi bene di cosa parla.

Io non so se chi è al governo percepisca la rabbia, l’odio sociale e il disprezzo per le istituzioni che, in questi giorni, sta raggiungendo livelli che fanno impallidire quello raggiunto all’apice dei sentimenti anti-Renzi.
E non è solo la storia che ce lo ha insegnato, ma a me anche la carne viva della Bosnia: una rabbia sociale incontrollabile, l’odio e “il rancore diventato progetto politico” (1) , la mistificazione della realtà alimentata dalla propaganda ci portano dritti dritti alla guerra civile o alla dittatura.
Quando esprimo queste opinioni, i miei amici, parenti, lettori di sinistra mi accusano di essere nell'ordine: disfattista, antipatriotttica, destroide con un refrain ormai classico: “Perché, se c'erano Salvini e la Meloni avrebbero fatto meglio?” E, ovviamente, esagerata. E questo è rivelatore di come l'accettazione passiva delle privazioni delle libertà stia creando assuefazione al punto di pretendere anche la sospensione del diritto di critica, del diritto al dissenso. Un'assuefazione pericolosa perché, quando arriverà il prossimo a dirci che, in nome di un'altra emergenza vitale (economica?), sospenderà le nostre libertà, noi non ci ribelleremo perché saremo già allenati ad accettare senza discutere queste misure.

Allora io chiedo a tutti i politici che ci governano, a Roma e a Bologna, ai quali ho accordato la mia fiducia, di battere un colpo prima che sia troppo tardi. Basta con quest'’assurda strategia comunicativa, basta con questa massa di provvedimenti liberticidi che offendono chi una coscienza civica ce l’ha e non aiutano gli altri a maturarla e offrono pretesti ai rambo delle forze dell’ordine per esercitarsi in vista di più ampie prove di rispetto dell’autorità: non è un appello ad aprire tutto e subito, ma a trovare un criterio razionale con cui farlo, come, ad esempio, quante persone per metri quadri, non musei sì chiese no. Basta con soluzioni schizofreniche che hanno un mero fine propagandistico: esame di maturità farsa ma in presenza per fingere che le scuole saranno pronte a settembre; app che non ci proteggeranno da niente visto che i pazienti dimessi sono rispediti a casa a infettare conviventi e questi, insieme ai paucisintomatici non testati, circolano liberamente; io che posso rendere visita ai miei 150 parenti stretti e la mia amica Simona, che vive sola e non ha parenti né fidanzati, non può incontrarsi con un'amica, come se il virus risparmiasse i parenti e colpisse solo gli amici. Basta con una comunicazione e un’azione maschilista, paternalista, basta con questi maschi che si compiacciono di impartirci prediche da pessimi padri di famiglia e non riescono a immaginare altro che la propria autoriproduzione in comitati di esperti maschi nominati da maschi.
E' ora di dire la verità agli italiani, di fare appello alla loro maturità di cittadini adulti, a costo di scuotere le loro coscienze intorpidite dalla paura e dalla rassegnazione.

Lo so che forse è una sopravvalutazione quella di considerare gli italiani dei cittadini adulti, ma anche ai fanciulli bisogna dare l’opportunità di crescere, come quando la vita impone a una prof di comunicare a una classe di venti diciottenni che il virus si è portato via il papà di un loro compagno e che è giunto il momento di dimostrare di aver raggiunto una maturità che non è solo giuridica. E’ toccato a me e avrei potuto delegare ad altri colleghi più forti di me o più legittimati di me (io non sono la coordinatrice della classe), ma mi sono fatta coraggio e ho detto loro la verità sapendo che avrei sconvolto le loro fragili vite e scommettendo sulla loro forza, non sulla mia, sapendo che qualcuno era già pronto e che qualcuno avrebbe dovuto fare uno scatto di crescita prima del tempo.

Basta balle, basta prediche. Trattateci da cittadini adulti, non da sudditi bambini.
Abbiate il coraggio e l'umiltà di riconoscere gli errori e la vostra impotenza guardando in faccia chi vi ha scelto perché lo rappresentaste degnamente senza però darvi una delega in bianco. Abbiate il coraggio di scommettere sulla forza degli italiani, non sulla loro debolezza. La solidarietà e il senso di responsabilità che pretendete non può esserci se non c'è fiducia e perché ci sia fiducia occorre che almeno le parole pronunciate siano vere.

(1) Definizione con cui il mio amico Michele Nardelli sintetizza uno dei concetti chiave espressi da Rada Ivecovic nel suo libro "Autopsia dei Balcani: saggio di psico-politica".




IL COSIDDETTO DECALOGO DI CHOMSKY SULLA MANIPOLAZIONE MEDIATICA

1. La strategia della distrazione            Salvini e la Meloni, che cattivoni! Buh!
2. Creare problemi e offrire soluzioni         Possono uscire solo i congiunti, ma adesso l'aggiusto

3. La strategia della gradualità       Vi tolgo questo, vi tolgo quello, vi tolgo quest'altro
4. La strategia del differire         Vi daremo, apriremo, stanzieremo
5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini           Lo volete capire che dovete restare a casa o no?
6. Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione          Andrà tutto bene
7. Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità         Secondo il parere degli esperti...
8, Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità              Rispettate le regole
9. L'autocolpevolizzazione        I modenesi hanno meno contagi perché sono più bravi dei reggiani
10. Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano       La somma dei primi 9 punti

domenica 7 ottobre 2018

IL POETA E LO SCRITTORE: IL 68 AL DRAMA TEATRO

Preziosa serata quella che ci ha offerto ieri Drama Teatro nell’ambito della rassegna sul 68. Il 68 e la letteratura, un incontro con due eminenti letterati modenesi, Walter Siti scrittore e Alberto Bertoni poeta, entrambi dottissimi professori di letteratura italiana all’università, Walter in pensione, Alberto ancora attivo. Walter cita gli eventi caratterizzanti quel mitico anno e i libri più importanti che furono pubblicati e butta lì alcuni spunti di riflessione sull’eredità del 68 con quella lungimiranza interpretativa che solo possiedono i veri sapienti. Alberto ci fa una condensatissima e appassionata lezione sulla poesia, prima, attraverso e dopo il 68. Entrambi con un certo sguardo amaro sui tempi correnti.
Starei ad ascoltarli per ore perché sono in presenza di due monumenti. Uno è il maggior scrittore italiano vivente e ammetto che sono talmente affascinata dalla sua scrittura che potrebbe dire qualunque cagata che l’accoglierei con un’apertura mentale che raramente riservo agli intellettuali che ascolto. L’altro è un vero poeta e cultore della poesia, la musa che più amo e desidero e che più si nega alla mia scrittura.
Che fine ha fatto la poesia dopo il 68? In questa delegittimazione dell’intellettuale colto e non militante, anche il sublime è andato sotto processo e persino Montale, dice Bertoni, con Satura,  “merdifica” la sua poesia perché non sa più cosa dire. Su questo, sulla “merdificazione” del linguaggio poetico, su uno sguardo ripiegato sul reale che si sente in dovere di rinunciare alla complessità della forma, sono d’accordo entrambi, il poeta e lo scrittore. C’è quindi una rottura nel linguaggio, anticipata dalla neoavanguardia del Gruppo ‘63, la stessa che ha creato, secondo Bertoni, quella frattura fra produzione e ricezione che ancora devasta la poesia: in Italia ci sono un milione e mezzo di persone che dichiarano di avere nel cassetto o dato alle stampe qualche verso di “poesia”, ma sono al massimo 2.000 i lettori che comprano libri di poesia.
Devo dire che la cosa non mi stupisce: in un Paese dove tutti si improvvisano specialisti di tutto e dove essere colti, avere studiato, è ormai, nel sentire comune, un disvalore o comunque qualcosa che non merita nessuna considerazione, dove anche il più ignorante e sprovveduto può ambire a diventare ministro, non sorprende che chiunque possa ritenersi in grado di scrivere poesia.
Mi sale una certa irritazione se penso alla difficoltà che provo quando cerco di scrivere un solo verso poetico, all’impressione che ho di riuscire solamente a sfiorarla questa musa ritrosa e permalosa che con fatica si lascia avvicinare, e al fatto che invece sono circondata da una massa di narcisi ignoranti e inconsapevoli che si autodefiniscono poeti solo perché sanno mettere insieme qualche pensierino sulle emozioni, altra categoria abusata del nostro tempo.
Mi sale l’irritazione quando nel dibattito che segue sento diversi nostalgici incanutiti esaltare le “conquiste” del loro 68 o, meglio, del 77: la rivoluzione femminista, la rivoluzione sessuale, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, l’antiautoritarismo. Mi sale l’irritazione perché penso che io, che sono entrata al liceo Muratori nel 1980, mi sono beccata in pieno tutta l’onda reazionaria provocata dalle proteste antiautoritaristiche, antibaronali, antielitarie di questi giovani rivoluzionari che mi hanno preceduto di una generazione. Il liceo è stato per me un lager perché l’eco delle loro minacce, delle loro violenze, era ancora ben presente nelle orecchie delle vecchie cariatidi che avevano sentito tremare la loro cattedra negli anni della contestazione ed esse reagirono alla paura restaurando l’ancien régime.

Walter ci dice, riprendendo un concetto marxiano, che un movimento di protesta non porta a nulla se incide solamente sulla vita del singolo ma non incide sulle strutture. Di quella parola tanto cara ai sessantottini, “rivoluzione”, del lessico che ad essa si richiamava, “cambiamento”, “rivolta”, “cambiare tutto” e delle sue derivazioni ideologiche, Walter Siti dice che oggi si sono appropriati Salvini e Di Maio, i quali però usano sì il linguaggio della rivoluzione, ma la vera rivoluzione – quella contro la finanza che regola il mondo- non la fanno. Si sono impadroniti della parola rivoluzione, ma appena i mercati ci porteranno sull’orlo del baratro, i nostri due spavaldi vicepremier si ritireranno con la coda tra le gambe come tutti i loro predecessori o nel baratro ci faranno affondare insieme a loro. Lui è Siti, il premio Strega per Resistere non serve a niente, romanzo che ci svela l’agghiacciante cinismo con cui l’alta finanza regola le sorti del mondo e contro cui siamo tutti inermi.

Siti conclude il suo intervento dicendo che l’unica eredità, l’unica rivoluzione del 68 riuscita in Italia è la rivoluzione femminista. E anche su questo io ho dei dubbi se considero che il modello femminile che la cultura di massa propone oggi alle mie studentesse è Chiara Ferragni o, in politica, la Boschi che finisce sulla copertina di Maxim. Ho dei dubbi se penso a Verona città che rigetta ufficialmente l’aborto o alla piaga dei femminicidi che affligge il nostro Paese.
L’anno scorso, quando insegnavo in una scuola con un’utenza quasi esclusivamente maschile, avvertivo il dovere morale di educare ragazzi che diventino futuri uomini che rispettano le donne; quest’anno, in un liceo frequentato per due terzi da ragazze, sento il dovere di educare ragazze che diventino future donne che si fanno rispettare dai maschi. La rivoluzione femminista non è finita e il patriarcato gioca ancora un ruolo importante sulla condizione di minorità femminile, sulle discriminazioni di cui le donne sono ancora oggetto, nella gestione del potere, nelle guerre che ancora oggi gli uomini combattono in giro per il mondo.
Che effetti liberatori ha avuto il 68 sulle mie studentesse confuse e apparentemente emancipate? Si tratta di figlie di madri veramente liberate o solamente emancipate nei diritti sulla carta? Davvero in Italia il modello femminile che si è imposto è quello predicato dalle pasionarie del 68 e del 77? Walter ammette che, in effetti, anche nelle università occupate del 68 le ragazze erano considerate gli angeli del ciclostile: i maschi pensavano, le femmine replicavano.

Mi chiedo poi se l’attuale esaltazione dell’incompetenza al potere, la delegittimazione del sapere che porta i nostri governanti e i loro elettori a denigrare esperti, scienziati, studiosi, non sia anch’essa un po’ frutto dell’onda lunga del 68, della lotta contro chi sedeva in cattedra. Un odio per le cattedre che squalifica la classe docente, il sapere, tutto ciò che è cultura, e che oggi si affaccia dal balcone di Palazzo Chigi. Walter è d’accordo con me, meno lo sono alcuni amici ex-settantasettini presenti.
Qualcuno mi dice che la scuola come ascensore sociale è frutto del 68. Mah… Se io non mi spezzo la schiena nei campi è perché mio nonno mezzadro, anni prima della “rivoluzione” del 68, ha avuto l’opportunità di abbandonare la schiavitù della terra e scegliere il lavoro in fabbrica e questo è frutto del boom economico, non del 68. Devo la mia condizione di privilegio, quella di poter fare un lavoro che amo e con cui non mi sporco le mani né mi rompo le ossa, alla lungimiranza di mio padre e alla fatica di mia madre e penso che sia così per tutti i nati della mia generazione. Non è grazie al 68 se io ogni mattina salgo in cattedra e la spinta ideale che anima il mio operato non la devo ai “maestri” sessantottini, quanto semmai al mio anziano professore di greco o a Don Milani, il quale, checché ne dicano i sessantottini, non era certo uno di loro, nonostante i suoi detrattori lo annoverino fra i profeti di sventura del 68 scolastico.
Se le lotte del 68 hanno accelerato l’ascensore sociale, questo ascensore a un certo punto si è bloccato se consideriamo le mancanze di prospettive lavorative dei giovani d’oggi nel nostro Paese che li spingono ad emigrare. Qualcuno dei presenti mi dice che è colpa di Renzi. Colpa di Renzi un fenomeno epocale?!

Nell’intervallo di questa preziosa serata mi siedo accanto a Walter e bevo un bicchiere di lambrusco con lui. Gli dico che adesso che è morto Roth, mi è rimasto solo lui. Sorride, è di buon umore e non si nega quando gli chiedo di dedicare il suo Resistere non serve a niente a mia figlia che di quel che lui narra in quel libro è appassionata. Poi rifletto sul fatto che dedicare un libro con un titolo tanto cinico a una ragazza così piena di ideali forse è un po’ una resa. La verità è che io, di testa, sono d’accordo con Walter, che resistere non serve a niente, in quest’epoca in cui, come dice lui, quasi ci si sente in colpa per aver studiato. Moralmente però non posso permettermelo, perché sono una prof e sono una mamma di una giovane diciannovenne che aspira a cambiare il mondo con la bontà dei suoi ideali. Non posso quindi rinunciare a lottare, con tutti i mezzi che ho, perché resistere è oggi praticare la speranza, quella che i giovani del 68, tutti intenti a crogiolarsi negli esiti positivi delle loro battaglie personali, hanno permesso che fosse in parte negata a me e ai giovani delle generazioni successive.
In viaggio nell’Italia fascista nel 1935, Virginia Woolf scrive in una lettera a un’amica: “Tutto è a pezzi e pieno di melodie slegate”. Contro lo stridore delle parole, la cacofonia del linguaggio violento, altisonante della propaganda fascista, Virginia esorta a lottare con la mente, con le parole, perché la retorica e la propaganda sono i metodi di Mussolini.
Per questo ho scritto e condivido queste riflessioni, perché sono responsabile di una figlia e degli studenti che mi sono affidati, anche se Walter lo scrittore, Michele che ci accompagna in Bosnia, profeti che ammiro per il loro sguardo lucido sulla contemporaneità, nutrono più di un dubbio sull’efficacia della mia lotta di resistenza.